Uno stralcio da Domo del Viento ( cartas de amor all’ essenza di rosa )
…Sulle Case del Vento,
sui greti d’estate
“Cara Anna
nei greti d’estate quante volte ti chiamai “cara”, ricordi? No, non puoi ricordare; eri ancora troppo piccola, bambina e non ancora rosa e farfalla assieme, per riuscire a carpire nel modo in cui io volevo il significato di quel “cara”…ricordi il campo dei girasoli languidielianti negli avanzi di cortile, stesi oltre il ciglione,
ricordi.
Campo prolisso e dilatato tanto che lo sguardo sopra smarriva e la memoria alla mente raccoglieva, affondava nella terra e deviava, correva oltre lo spazio, sentiero agreste risaliva, nascondeva, distraeva, balenava e ancora sudava ansante, gemeva per i sassi e i fusti verdi –fuochi di sant’Elmo- alti tanto da potercisi celare dietro (e quante volte l’hai fatto?) quel campo che amai nello stesso modo in cui tuo nonno mi amò, ed io lui, con quella libertà e impeto da non uscirne incolumi e purezza che non conosce confini e dei confini ceruli non ha paura, quell’esplodere e vivere la vita come i girasoli, voltarsi finalmente alla luce proprio quando pare che più non sia…quel vasto pelagosmeraldo, laguna ed estuario dove il corpo e l’occhio compresero, nello spazio di una notte, che occhio e corpo sono identica essenza, stesso sentire e ribaltare, vibrare ad ogni nuvola…nello spazio dove il tempo stesso si fermava, si inchinava ad un uomo ed una donna…dicevo che era magia, e doveva esserlo, si cara, lo era.
Non era possibile altrimenti, non così, non così…così pelle e corpo e sangue e mente y alma y vida; todo…todo el mundo en nuestro abrazo. Ed i girasoli –corazones- guardavano, le zolle sentivano, i cieli palpitavano e scalpitavano y la casa, terrena battigia, sa domo nostra… Casa del Vento, avevo voluto chiamarla, Solo Casa, senza chiuderla con un “la” che l’avrebbe imprigionata, increspata, molestata; Domo del Viento doveva rappresentare il mondo, tutto lì, in noi e per noi, cara…
Una volta mi domandasti di augurarti qualcosa.
Voglio augurarti di camminare a lungo e perderti, prima che in te stessa in ciò che è l’oltre, fuori di noi.
E comprendere finalmente che, alla fine, è bello tornare lì, in quel punto sperduto che ti ha vista nascere, avendo nel cuore e la mente quello che cercavi e che, forse, era stato sempre dentro te.
Dovevi semplicemente, a cammino avvenuto, scoperchiarne lo scrigno.
Per palpare ancora quelle giornate modulate, ad ogni ora, lì dove ogni ora era associata ad un odore, scandita. L’alba aveva l’odore delle cinque, dei fico d’India con la polpa zuccherina e leggera, gli spini fini e morbidi, toccabili finalmente ché plagiati dalla rugiada dove il sole s’affacciava, si svegliava e saliva lento, forte. Il mattino aveva l’odore delle sette, lì tra colli e colline in verde, la ferrovia che scorreva scivolando tra i tetti urgenti, le vecchine vestite di nero e strette a scialli e fazzoletti, dirette alla prima messa. Era l’odore del caffè o del mate nostro, amor mio, dei ricordi, l’odore del pane distribuito nella bottega all’angolo, ancora caldo di forno, l’odore delle paste che Roberto Locci ci regalava, in una bustina sei erano, una a testa, l’odore dell’erba toccata dal vento. Il mezzodì l’odore dei forni accesi da anguli ‘e cibudda e pistoccu teneva, e del sole alto d’estate, le nuvole ammassate e grigie d’inverno, quando la pioggia coglieva i bambini ad ogni uscita di scuola.
E l’odore dei sughi alla carne macinata e alloro, dei camini crepitanti.
Le tre portavano l’odore dei silenzi ed i riposi di corpi e menti, le acque del fiume scarno nostro col luccichìo di Janas, salti allegri di Maschinganna in mezzo ai sassi, ai fili lunghi, sparpagliati, di Lacrime della Madonna. E le sette l’odore, il sentore dell’ultima campana tenevano, la tenevano stretta come che, perché l’ultima di quella giornata, rappresentasse l’ultima di una vita stessa. E l’odore della minestrina di merca e dado di thia Assunta, l’odore delle rondini che cominciavano a stridere volando basse, in cerchio, grandi e piccole, a sfiorare con le ali i balconi d’intorno, e risalire.
E dopo, solo dopo, l’odore della notte c’era, a riempire l’aria dei cristiani, la fine del giorno e del suo sole, un attimo, un istante sarebbe stato, un respiro, perché poi, subito, la rugiada avrebbe ripreso a respirare sulle spine dolci dei fico d’India, su thia Teresina Pintori e i suoi sogni di strega bianca.
Tutte le comari della parte bassa del paese, la consultavano. Era una specie di maga per tutte, lei e i suoi sogni, lei che coi sogni, spesso, riusciva a ricucire il passato, ad interpretare, forse, il futuro.
Una notte dicevano che avesse sognato il figlio della sua comare, thia Jubanna, un povero Cristo senza arte né parte, muto e sordo dalla nascita. Sognato l’aveva. E nel sogno gli dava da bere un liquido rosso. Dunque, un mattino che di vena generosa si sentiva, seppure in ansia crescente; thia Teresina aveva fatto convocare in casa sua da Mariuccia, la figliola minore, proprio thia Jubanna.
L’anziana donna s’era affacciata trafelata, al cortile di domo Pintori, che nemmeno quindici minuti passati erano; ad accoglierla quattro galline, l’abbaiare di un cane ed il fruscìo di un gatto fulvo, urla giocose di bambini magri quanto un fusto di sughero che barricava l’aia, e storto era, quel fusto; storto e secco come dita di zingaro innaturalmente flesse, inanellate, maledette e vogliose di vita altrui, vecchie. Ma non per questo era meno potente, quercus suber virile, fecondo sui salici ersi, sparpagliati e vivi qualche metro più avanti, giù del ciglio della mulattiera che dava al fiume de Zinnantoni Maccu. E oltre, oltre lo sguardo mio e tuo, la costellazione di tetti che sospesa come nave pareva ogni notte, due paesotti appiccicati l’uno all’altro, talmente vicini che da quella distanza pareva bastare l’allungare di una mano per collegarne cime e comignoli, le nuvole madri che passavano, scivolavano prima su uno, poi sull’altro, poi sul primo ancora, chè non divenisse figlio geloso e ingrato.
Quindi thia Jubanna Loche entrò in domo Pintori curiosa quanto una di quelle galline che le sparnazzavano dinanzi ai piedi, e i pulcini appresso.
-Cumare Terè…?-
-Oh, cumà…beni, beni aintru, in sa cosina.*-.
La facciotta grassa e rossa di manzana matura di Jubanna s’affacciò goffa all’ingresso della cucina arredata da un lungo tavolo e tante, troppe sedie attorno a questo, a riempire ogni angolo spoglio della camera.
Tutta la parete sinistra, azzurro scheggiato, era ricoperta da mensole sovrapposte, di legno di ciliegio e, a pendere dai chiodi, pentole e forme da crema in rame, mestoli, taglieri.
-Oh, cumarè…comente istas?-
-eeeh, aicci, Jubannedda mea. Sezzedi, toca*-.
La comare raccolse una sedia –una decina ne contava, di diversa altezza- sedette in fronte a su foxile, di fianco alla maga.
Il fuoco scoppiettava allegro, arancio-ocra, odoroso di leccio.
-Sai quanto amica ti sono sempre stata, beru Jubannè? Dae su tempu 'e sa santa comunione*-
-ehia, certu-.
-anda bene, tando.
Comente istat Pipirieddu tuo?-
Comare Jubanna ebbe un sussulto grave di madre.
–Eeeh, così sta. La croce nostra è. Mai unu foeddu…mai…che su Segnori lu sarbet, poberu fizu nostru. Però intende totu, eh! Intellighente meda, su pizzinnu. Meschinu.*-.
-Ti devo dire, cumarè…devo dirti una cosa ed è da tanto tempo che te la devo dire, tanto…Pipirieddu quanti anni tiene, adesso?-
-Quarantasei di gennaio bisestile-
-Santa Vergine mea…ascurta, cumarè…e perdona…-. Thia Teresa raccolse la mano tremante dell’amica, la strinse tra le sue.
-Dimmi tutto-.
-Quello che è stato fatto non è stato fatto per cattiveria o danno.
Io questo sogno l’ho fatto dieci anni fa…riguarda Pipirieddu tuo-
-Che è…predice una disgrazia? Oh Signore mio, no…non lo voglio sapere Teresì-
E la donnina portò una mano a coprire gli occhi, un’altra l’orecchio sinistro; l’orecchio del diavolo.
-Devi saperlo, e la colpa è la mia che non te l’ho detto subito, quando feci il sogno…ma non posso vivere con questo peso sul cuore…mi pare cattivo-
-S…si.-
-sognai di comare Tittia, te la ricordi Tittia? Quella morta di parto…-
-eeeeh, meschina-. E giù a segnarsi capo e petto con la croce. La maga ripetè il gesto di suo.
-Tittia mi disse (e la vidi come viva! Come viva era, povera cristiana. Con le guance bianche bianche e sos ocros alluttos, l’immaginetta di Santa Rita stretta al petto) testuali parole: “devi comunicare a chi sai tu che Pipirieddu tornerà a parlare.
Sa mamai deve tirare il collo ad una gallina cone le sue stesse mani, in una notte di luna piena, dopo l’ultimo canto del gallo. Poi tagliarle la gola e fargli bere il sangue ancora caldo a Pipirieddu.
Il bambino tornerà a parlare quando in gola gli colerà una vita.”.
Così mi disse in sonno trent’anni fa e così oggi ti ripeto, cumarè-.
Jubanna fissava la comare con occhi fuori dalle orbite,immersa in un pallore mortale.
Non riuscì ad articolare parola. Balbettò qualcosa (alla maga parve un –Oh! Vergine Santissima mia e tutti i Santiincoroeinparadiso- ma non ne fu sicura), provò a pronunziar verbo ma rinunziò. Poi le palpebre ebbero un tremito, il colore rifluì sulle guancie.
L’anziana donna cedette ad un pianto isterico, liberatorio.
-Oh, cumarè, cumarè-, fece la maga, -…fiza mea ‘e su coro…te lo dovevo dire…non te lo dissi prima per non farti paura e perché non ero sicura…ma tutta la mia vita, tutti i miei sogni che si sono avverati…te lo dovevo dire…-
-gratzias Teresì…grazie! Che il Signore stabilisca che è vero! Che basta il sangue di gallina per…-
E giù un’altra cascata di singhiozzi isterici.
-Ohi Pipirieddu…Pipirieddu meuuuu!!!!-.
E Pipirieddu, a quarantasei anni suonati, tornò miracolosamente a parlare. Che sia successo perché doveva succedere, che sia successo perché la madre ne era convinta o perchè tanto fu lo schifo di bere l’intruglio che sapete da procurarsi un vero choc alfabetico, insomma…accadde.
E qui te lo dico, e qui te lo nego.
Ti canterò del lupo e la sua forza: ti canterò di un uomo, ora che quell’uomo è in me, ma troppo lontano perché la mia mano stanca arrivi a toccarlo.
Ti parlerò de fogu et dulcheza: ti parlerò di una donna aquila, oltre melograni e i carrubi, ora che quella donna è qui, eppure è già lontana, oltre
... una casa de paredes de mezcla
de jazmín y tierra nueva y rumores de mar.
En los cuartos que dan a cada aurora
o desde la altura del tejado hacia el poniente
las bandadas izan sus banderas
de plata hacia los bordes
del tiempo que no muere.
Será la casa, tal vez, donde los calendarios
llegan a descansar de sus rutinas.
La Casa del Viento donde cierta rosa
mágica
imanta los sueños
y los posa como besos de luna en las ventanas.
Tu llegues quizá y conmigo
y vayas a quedarte hasta más allá del vino
o de cualquier libro.
Vayas a hacer realidad lo necesario.
Subas a la mesa a bailar la risa
o dejes que se caiga
como una tristeza olvidada
tu vestido de oda al mar amanecido.
Yo dispongo el corazón, sus copas,
la sangre para el rito
de tanto infinito a mano.
Una vez más
como si quisieran con fina navaja
grabar en la noche su bandera
mi nombre y el tuyo,
niños fugaces que salen de lo oscuro.
La risa laboriosa ocupará la tierra
y tan nosotros
como la gota de sueño que nos llama
haremos de la cima de la tarde una campana
para despertar los sueños.
Gianna
(Copyright by Giovanna Mulas – 2007 )
“1958. Tre generazioni di donne tra l’ Italia dell’ emigrazione e l’ Argentina.
Passione, dolore e, su tutto, l’ amore senza fine di Miguel, giornalista ribelle latinoamericano e Gianna, prostituta sarda.”
Prenotazioni e ordinazioni: www.serviziculturali.org
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